Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi

Istituto di Specializzazione in Psicoterapia
Individuale e di Gruppo

Ric. MIUR D.M. 29.01.2001

  

Riflessi 19


 è il nome di questo spazio che volentieri dedichiamo alle riflessioni ricevute dai nostri soci su questo tempo intriso di Covid 19.
Buona lettura
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Il mondo “potenzialmente ostile” ai tempi del coronavirus

Raffaella Russo

Stiamo tutti sperimentando una condizione di solitudine non per scelta, ma forzata. Rapporti ristretti all’ambito familiare, mantenuti virtualmente con amici e colleghi, molto tempo da passare da soli, con i pensieri e le preoccupazioni che vanno e vengono. Ci hanno detto e ridetto che le mura domestiche sono le uniche a garantirci una sicurezza, la sicurezza necessaria a sopravvivere, anche andare a fare la spesa potrebbe essere un momento in cui poter malauguratamente incontrare il Virus. Ma il Covid -19 non ha facce, se non quel pallino con i puntini che siamo ormai abituati a vedere, non si sa dove si nasconde e soprattutto in chi. Addirittura potrebbe essere nascosto nel vicino che prima salutavamo tutti i giorni e che ora aspettiamo che sia ben chiuso in casa per uscire anche noi, per non incontrarlo nel pianerottolo; nel passante che incrociamo per strada mentre andiamo al lavoro o in farmacia, e che ci porta a cambiare marciapiede per i più spavaldi, o ad abbassare lo sguardo come se guardando a terra magicamente scomparissimo, similmente a quanto fa un bimbo quando si copre gli occhi con le mani ed è convinto di essersi nascosto. Nella nostra mente, bombardata quotidianamente dalle notizie e false notizie urlate dai giornali e dalla televisione, il male non si configura più nel virus ma negli Altri. Il mondo esterno è diventato pericoloso per la nostra salute, gli altri potrebbero farci un danno, persino con uno starnuto. Mi ha fatto riflettere un paziente che mi ha detto durante una seduta virtuale di gruppo “Dottoressa quello che mi fa più dispiacere e che mi angoscia molto è che se sono senza mascherina per strada vedo che gli altri mi evitano, si allontanano, sento di essere percepito come un pericolo per gli altri”. Karen Horney nei suoi scritti parlava di come un adulto che abbia sperimentato nell’infanzia un’angoscia di base, non essendo stato visto nei suoi bisogni da chi doveva prendersi cura di lui e assicurargli un rispecchiamento affettivo, potrà costruire dentro di sé l’immagine di un mondo esterno potenzialmente ostile, un mondo che fa paura, da accondiscendere, da aggredire o dal quale scappare il più lontano possibile. Oggi mi trovo a pensare che questo mondo non sia più solo potenzialmente ostile, ma che lo sia davvero. Un mondo realmente ostile che danni può fare nell’immaginario di chi già viveva nella percezione di un pericolo imminente? Io credo che potrebbe portare ad irrigidire ancor di più le proprie difese, ad allontanarsi nuovamente dal dare fiducia agli altri, se questo processo era cominciato in un percorso di terapia. Qual è allora il nostro compito come terapeuti?  Sicuramente, come abbiamo sempre fatto, il nostro primo compito sarà di “dare parola” alle emozioni vissute che non trovano spazio né nelle conversazioni all’interno della famiglia, né nelle comunicazioni virtuali all’esterno; alle paure, alle angosce, alle preoccupazioni per il presente e per il futuro, ai genitori che non sanno come aiutare i bambini a reggere l’isolamento, agli anziani che si sentono più di tutti  alla mercé di questo male, ai nonni che hanno sempre avuto un ruolo portante nella famiglia e a cui ora viene detto di stare da soli, lontani, a chi ha vissuto un lutto per causa del Virus, a chi lotta con la malattia per sopravvivere. Ma non solo, il nostro compito, ora come ora, credo sia di restituire fiducia. Quella fiducia in noi e negli altri che ci è stata tolta nel momento in cui siamo stati chiamati a fare i conti con un nemico invisibile che si annida negli altri. Fiducia in noi stessi, nei nostri progetti, che non devono fermarsi, la vita non si è fermata, il mondo va avanti solo che ha deciso di farlo a piccoli passi, lentamente. E quindi forse meglio pensare al progetto per oggi, invece che per un domani lontano, a cosa si può fare oggi, quali sono le nostre qualità, in cosa possiamo credere, che ruolo abbiamo adesso nel mondo, interno ed esterno che sia. E soprattutto fiducia negli altri, perché dietro quelle mascherine che ora indossano, non c’è un mostro che può farci male, ma un bellissimo sorriso che ci aspetta.

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Il disordine naturale delle cose

Claudia Radice

La situazione drammatica e surreale che stiamo vivendo, in cui si inverte in maniera forzata l’ordine apparentemente reale delle cose, ci spinge o almeno dovrebbe ad una riflessione attenta e profonda di come spesso noi navighiamo, sopravviviamo, ci incastriamo nel DISORDINE. La nostra vita frenetica e disordinata è così apparentemente perfetta ed ordinata che inevitabilmente  lo STARE è impensabile, improponibile, incalcolabile. Poi arriva così d’improvviso il 10 marzo 2020, il lockdown coronavirus che trasforma la nostra esistenza e ci costringe a riorganizzare la vita, forzando la mano giorno dopo giorno, costringendoci a fermare le nostre corse e facendo emergere a poco a poco l’incapacità anche di riposare. E così riorganizziamo le nostre giornate a partire dal lavoro in smart working, dal dividersi i compiti in casa, stare coi propri bambini, fare la spesa, cucinare, fare sport, e chi più ne ha più ne metta. E per un po’ le nostre giornate in clausura forzata sono state forse più piene di cose da fare che in tempi normali. Ma oggi siamo al 25 aprile, 47° giorno di quarantena e fuori il tempo è meraviglioso ma ci manca il respiro. Siamo stanchi di STARE perché noi amiamo il DISORDINE NATURALE DELLE COSE e a mettere ordine non può essere un VIRUS. Non lo possiamo accettare. Eppure sembra che dobbiamo rassegnarci, o almeno così velatamente ci lasciano intendere: “la nostra vita non sarà più la stessa”. Non sono certa che quanto stiamo vivendo ci permetterà realmente di cambiare mentalità a meno che non avvenga in noi un passaggio fondamentale che consiste nel sovvertire completamente e mettere mano al nostro DISORDINE INTERIORE e finalmente iniziare a dare priorità a ciò che ci fa star bene; è necessario svuotare i nostri zaini strapieni di cose inutili, riordinare i diamanti dell’anima e rimettere a posto i pezzi del puzzle della nostra vita. Tutto questo è un processo lento a cui dobbiamo abituarci. Il cambiamento ci impone di fermare la corsa e di alleggerirci. Quindi oltre a cercare di capirci qualcosa prendiamoci tutto il tempo necessario perché alla fine non c’è alcuna fretta, la quarantena terminerà, il nostro processo di cambiamento è un continuo DIVENIRE.

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Il cambiamento oltre la paura

Romana Brina

Sembrava assurdo che il Coronavirus potesse colpire anche noi, non così forte! Gradualmente la parola pandemia si affacciava, nei resoconti di qualche cronista. Tuttavia, si stenta a credere alla realtà quando è scomoda. Eravamo increduli, ce lo doveva dire un’istanza autorevole. L’11 marzo 2020 l’OMS ha dato l’annuncio ufficiale. Come un timbro: adesso e a futura memoria.

La parola che temevamo, pandemia, vuol dire che la diffusione epidemica ci riguarda proprio tutti, nessuno escluso. Inaspettatamente l’umanità intera è resa consapevole della fragilità di ciascuno, del proprio essere indifesi di fronte a un virus con la corona, ironia della sorte!

La notizia arrivava in sordina, tra le luminarie delle feste e i pacchetti di Natale. L’esplosione dell’epidemia e il suo dilagare in Cina, ci aveva colti impauriti e sprovveduti, anche increduli.

Possibile che tanta furia potesse scatenarsi perfino nel nostro evoluto Occidente?

Ma no, possiamo stare tranquilli. Si tratta dell’ennesimo guaio che tocca a qualcun altro.

I cinesi, si sa, sono troppo distanti da noi, per cultura, lingua, abitudini e carattere sociale. Non sono loro gli Altri, quelli “che mangiano qualsiasi cosa che si muova… addirittura i topi?”.

Oplà, dal pipistrello all’uomo! A pensarci, chissà cos’avranno combinato per favorire il fantomatico salto di specie. Il pipistrello, in fondo, è un topo con le ali. Sembra fantascienza, ma è la realtà.

Una delle figure del test di Rorschach,che rammenta un pipistrello, è quella che evoca le fantasie raccapriccianti. Così l’origine oscura del Coronavirus, all’ombra di questa narrazione, assume tinte fosche e funeste, solleva nell’inconscio fantasmi perturbanti e angosce terrificanti. Da un angolo remoto dell’Estremo Oriente, salta fuori per l’umanità intera un’esperienza da brivido, tale da essere paragonata alla Spagnola, la tremenda epidemia che tra gli anni 1918 e 1920 provocò milioni di morti.

Ricordo ancora il tono turbato di mia nonna, quando bambina ascoltavo i suoi racconti sulla morte di suo padre a causa dell’epidemia. Non c’erano antibiotici allora.

Noi, grazie alla medicina moderna, ci siamo reputati forti e invincibili. Come ha detto Papa Francesco, durante le celebrazioni pasquali: “Ci credevamo sani in un mondo malato”.

Un mondo dove il tempo non basta mai. Si va sempre di fretta. Ci si sposta a velocità supersoniche. Ci si scambia tanto, anche senza saperlo. Eppure c’è stato chi, osservando meglio le cose del mondo, profeta inascoltato, lo aveva previsto.

Il resto è cronaca d’attualità. L’agenda setting è governata dalla notizia del secolo. Per giorni e giorni, settimane, mesi, non parleremo d’altro. Non penseremo ad altro. Il Covid-19 è in scena con tutti gli annessi e connessi: numeri, scetticismi, previsioni, ragionamenti, complottismi, commissioni, discussioni. Chi più ne ha più ne metta. Ciò che è più evidente, è l’incapacità ubiquitaria di gestire ciò che si credeva impossibile.

Tante le reazioni di sbigottimento, tendenzialmente tra due estremi: da una parte il terrore e l’angoscia di morte, dall’altra la noncuranza di chi sottovaluta le raccomandazioni e si ribella alle limitazioni della libertà personale. Sta di fatto che i momenti critici riescono a tirare fuori il meglio e il peggio della razza umana.

Infine, il lockdown! Il termine anglosassone aggiunge, forse, un sapore epico al fatto di restare chiusi in casa.

È uno scenario surreale, le strade delle città e i luoghi di aggregazione, i santuari della movida e dello shopping, sono deserti. Non c’è più niente da comprare, se non i generi di prima necessità, che vanno a ruba. Più niente da cercare. Nessuno da incontrare. Frenando improvvisamente la corsa quotidiana, ci si ritrova a vivere un tempo diverso, sospeso. Al di là delle esortazioni di medici e scienziati e delle motivazioni razionali che ci fanno intendere la necessità del rimanere isolati e distanti, cosa ne facciamo di questo tempo sospeso?

Talvolta la solitudine spaventa. Fermarsi vuol dire restare con se stessi, sentire, pensare…

Difficile immaginare gli effetti di tutto questo, come analisti siamo chiamati a pensare, a riflettere.

Una delle prime immagini che mi è venuta alla mente, nei primi giorni di quarantena, dal film C’è posta per te, è la scena dell’ascensore che si blocca, dove alcune persone rimangono ad aspettare che l’ascensore venga rimesso in moto. Ciascuno di loro, in quell’attesa, pensa di mettere in atto un cambiamento significativo per quando uscirà.

Ho sentito usare la parola setaccio, come metafora di questo tempo. Passare al vaglio il proprio esistere, le proprie scelte. Cosa troveremo nel nostro setaccio? Cose vecchie, come abitudini inutili o gusci vuoti. Oppure qualche pepita, che nella confusione e nella fretta, si era persa di vista?

Dare senso al nostro tempo. Questo, praticamente, siamo stati obbligati a fare. Nell’inerzia delle ore, a volte vuote come conchiglie che non risuonano di niente, si è fatto strada un pensiero nuovo, una scelta che aspettava, una persona dimenticata.

Come terapeuta, grazie alla tecnologia, ho sperimentato l’occasione di continuare a vedere alcuni dei miei pazienti. Èstata una sfida particolare e sorprendente. Mi sono confrontata con diversi colleghi e questo mi è stato di notevole aiuto. Sento di aver dovuto ritrovare il senso del mio setting interno. Ho compreso quanto la mia stanza, gli orari e le consuetudini fossero importanti, ma non imprescindibili. La montagna da scalare insieme, che Karen Horney indica quale metafora del percorso terapeutico, è un’immagine che assume ogni volta aspetti nuovi, se ci liberiamo dai preconcetti. In questo tempo, insieme ai pazienti che hanno accettato gli incontri virtuali, abbiamo esplorato nuove vie, camminamenti scomodi e precari, tra gli scorci delle loro case. Ho sperimentato che nell’imprevedibilità, quando per forza di cose allentiamo il controllo, si aprono finestre o panorami inaspettati. Ci colgono anche scrosci improvvisi di pioggia. Tutto questo fa parte del viaggio.

E poi ci sono quelli che non ce la fanno, che non riescono a sostenere neanche una telefonata. A loro penso in questo momento e mi preparo al ritorno nel luogo deputato. Sento che è venuto il momento.

Nonostante l’enorme complessità di tutto questo, la tristezza per le troppe morti, la malinconia degli incontri mancati, mi sento grata verso questo momento della nostra vita, come occasione per sentirmi viva con me stessa.

Siamo alla vigilia della cosiddetta fase 2. Come nel film stiamo per uscire dall’ascensore. Spero con tutte le mie forze che là fuori ci aspettino scelte di autenticità, per essere più vicini al nostro vero sé. Unico prodromo di un mondo migliore.