Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi

Istituto di Specializzazione in Psicoterapia
Individuale e di Gruppo

Riconosciuto dal Ministero
dell’Istruzione, dell’Università
e della Ricerca
(D.M. 29.01.2001)

  

Testimonianze Allievi

Discorso presentazione S.P.I.G.A. del 20/10/2012

di Norma De Simone

Vorrei cercare di trasmettere l’interesse cresciuto dentro di me verso la teoria e tecnica horneyana e cosa oggi accade, quando entro nel mio studio per incontrare uno dei miei pazienti.

Nel corso degli anni che hanno preceduto il percorso/l’esperienza alla SPIGA, ho esplorato vari ambiti formativi, ho svolto tirocini e volontariati – facendomi trasportare da quella che oggi, finalmente, chiamo CURIOSITA’ – senza  però riuscire ad esserne soddisfatta.

A ciò si aggiungono gli anni di lavoro – diciotto – in una Comunità di tossicodipendenti, all’interno della quale ho ricevuto una formazione sistemico-relazionale. Seguivo i pazienti e la Comunità faceva da intermediaria. Nel corso degli anni sono stata seguita in supervisione. In una di queste, il supervisore, che ancora oggi ringrazio, riuscì ad ascoltare meglio di me, in quel momento della mia vita, la sensazione che vivevo nel ricercare altro.

In quell’occasione mi indicò la S.P.I.G.A., facendo il nome del professor Morrone. Uscita dal suo studio mi sono chiesta: perché proprio la S.P.I.G.A.? La risposta non riuscii a darla subito a me stessa, se non dopo un po’ di anni.

Rientrata a casa, ricordo di aver aperto il computer per cercare informazioni sul sito internet e, subito dopo, andai a comprare uno dei libri di Karen Horney.

In quella libreria trovai solo una sua opera “I nostri conflitti interni”. Nel corso del viaggio di ritorno in Calabria, ne lessi buona parte.

Tra le informazioni apprese su internet e la lettura del libro, ricordo che fin da subito rimasi affascinata dal modo di scrivere semplice di questa donna, che percepii, fin dall’inizio, rivoluzionaria e dai contenuti psicoanalitici rivoluzionari. Ho immaginato il suo essere donna e le difficoltà che, in quel periodo storico, ebbe il coraggio di affrontare, sfidando la cultura psicoanalitica esclusivamente maschile. Il modo di raccontare la teoria (uso il termine raccontare proprio perché mentre si leggono gli scritti della Horney sembra che si legga il racconto di ognuno di noi) è sempre accompagnato da esempi clinici, scritti molto intensi, carichi, ad ogni lettura, di nuovi contenuti, caratterizzati da una visione positiva dell’essere umano.

Immaginando e pensando al coraggio e alla teoria della Horney, che avvertivo molto attuale, telefonai alla scuola per fare i colloqui di ammissione.

Il cammino iniziò in gennaio 2006.

Nel corso della frequentazione, o meglio del viaggio nella S.P.I.G.A., gradualmente mi resi consapevole di quanti aspetti non avevo preso in considerazione: in particolare, l’importanza dell’esperienza e un’attenta osservazione delle diverse e variegate sfumature della natura umana. Compresi che avrei dovuto conciliare dentro di me esperienze e approcci terapeutici diversi, divenendo sempre più consapevole di come fosse complesso e delicato parlare del paziente e col paziente.

L’approccio e la frequentazione della S.P.I.G.A, infatti, mi diedero lo stimolo ed il coraggio di espormi avviando l’attività privata.

Dopo circa sei mesi dall’inizio della scuola ricevo la mia prima paziente nel mio studio. Il caso è stato esposto nella mia tesi.

Durante il percorso formativo ritrovai nei didatti, tramite le supervisioni svolte, l’atteggiamento fiducioso, tipico horneyano, verso il paziente. Ad ogni supervisione svolta con loro uscivo sempre meravigliata, affascinata, incuriosita e, soprattutto, con la libertà di…

Mi affascinava la fiducia nelle risorse dell’essere umano, nel credere, ATTENDENDO che quella persona prima o poi avrebbe portato le soluzioni, liberandosi dalle catene delle pretese, per poi ri-appropriarsi delle sue reali potenzialità.

So bene che tale percorso è faticoso, ma oggi so, anche, che devo saper attendere.

Spesso ho dovuto fare i conti con il senso di impotenza, con “la tentazione di accendere la torcia” –  come dice il professor Morrone – nel momento in cui il paziente sta nel buio, dando interpretazioni o spiegazioni razionali e tecniche. Ma oggi so che  

“Lo scoprire da se stesso un sentiero, dà all’individuo una sensazione di forza assai maggiore di quella che non provi seguendo un sentiero già battuto da altri. Prodezze del genere fanno sorgere in lui, non solo un orgoglio ben giustificato, ma anche un fondato sentimento di fiducia nella propria capacità ad affrontare situazioni critiche e a non sentirsi smarrito quando gli manchi una guida” (Horney, 1942, p.26).

Nel corso del cammino psicoterapeutico con la paziente, parallelo al cammino professionale e personale, ricordo l’insieme delle emozioni provate e l’emergere, graduale, della consapevolezza della mia personale e naturale tendenza a cercare in tutti i modi di stare con lei. Chiudendo la porta dello studio, mi sono resa conto di quanto fosse importante essere con la paziente, stando nello stesso tempo in contatto con le mie e le sue emozioni. Percepivo e sentivo che lei era un essere a sé stante, con il suo dolore, con la sua storia, con una sua caratterizzazione. La sensazione, che oggi definisco la più affascinante, è stata quella di trovarmi di fronte sempre a qualcosa di nuovo; quindi, di non utilizzare mai le stesse modalità di procedere, perché tutto, in quei momenti, principalmente si concentrava (e si concentra) sul sentire me e l’Altro, pur avendo dentro di me dei riferimenti teorici.

Oggi sono con i pazienti e le loro emozioni.

Nel corso del tempo mi sono appropriata sempre di più della consapevolezza di aver preso ciò che serve a me per essere terapeuta, che le emozioni sono i miei strumenti, che con il paziente si cresce assieme, anche attraverso gli errori. Si aiuta l'Altro (e se stessi) a guardare il mondo da un punto di vista diverso. Si aiuta l'Altro (e se stessi) ad avere meno paura e più fiducia.

Il fine sta nell’aiutarlo a riacquistare la sua spontaneità, a ritrovare dentro di sé i criteri di valutazione; in breve, a dargli il coraggio di essere se stesso.

Oggi, dopo tutto ciò, capisco perché il Direttore scientifico, nonché supervisore della Comunità, mi ha indirizzata alla S.P.I.G.A.

In quel tempo, ha riconosciuto in me il desiderio di raggiungere l’obiettivo – principio cardine della tecnica horneyana – di far emergere ciò che è vicino al Vero Sé, il terapeuta che c’era e c’è in me, di ricercarlo non in una tecnica esterna, ma recuperando e riappropriandomi di quelle caratteristiche che sono già di mia proprietà.

Oggi nel mio studio sono lì con il paziente, sono al centro dell’essere del mio paziente; e nello stesso tempo sono con me stessa.

Bibliografia

Horney K.,(1942), “Autoanalisi”, Astrolabio, 1971.

 

 

Discorso presentazione scuola di specializzazione S.P.I.G.A. del 20/10/2012

di Giuseppina Lalia

 

La prima volta che mi sono trovata davanti  al primo paziente ho provato una forte emozione. Questa emozione, anche se maggiormente controllata e contenuta, è rimasta sostanzialmente la stessa anche oggi.

Quando sto per incontrare un paziente, sento che sta per avvenire qualcosa di importante. È come se fermassi, nella mia mente, l’attimo che precede l’entrata del paziente nella stanza.  Dopodiché mi immergo con tutta la  mia attenzione in quello che avviene. Un’attenzione che va sul contenuto di quello che la persona che ho davanti mi dice, ma al tempo stesso un’attenzione diversa, che vaga liberamente.

Sto imparando l’arte dell’attesa: non cerco attivamente il significato di quello che avviene in seduta, cerco invece  dentro di me quella calma che mi permette di ascoltare e vedere,  non solo con le orecchie e con gli occhi, ma con una sensibilità che ho cercato negli anni di recuperare e affinare. Quando sto in questa dimensione non cerco di capire attivamente e frettolosamente il messaggio profondo che il paziente mi sta comunicando, ma resto aperta e in attesa che le sensazioni si delineino più chiaramente fino a diventare  pensiero ed eventualmente parola. Se ho saputo aspettare, qualcosa si rivela da sé.

Sto imparando la scarsa importanza delle parole in sé: per quanto siano uno strumento indispensabile per questo tipo di lavoro, come è indispensabile appropriarsi della tecnica, della teoria e della conoscenza, credo che quello che cura realmente sia altro. Un vero percorso formativo  non è fatto di sole parole, così come non lo è la terapia. La ripetizione di formule o l’identificazione acritica con chi sa più di noi non permettono né un vero apprendimento da parte dell’allievo, né reali progressi da parte del paziente.

Mi viene in mente quando una mia paziente, parlando, fece un errore grammaticale e mi guardò con timore, più che imbarazzata. Io alzai solo le spalle, come per dire: “tanto ho capito lo stesso”. Per me era importante lei, lei come persona, e la parte istintiva di me le rispose subito con una comunicazione non verbale che la mia mente analitica avrebbe tardato a dare. Analiticamente ho pensato, poi, che la paziente è sempre stata iperdifesa, che ha sempre avuto paura di parlare, di comunicare, di farsi sentire perché è sempre stata attaccata nei punti deboli dalle figure importanti per lei;  e ho capito che quel mio gesto non verbale era una comunicazione importante da inconscio a inconscio e la reazione che andavo avvertendo nella paziente era un rilassamento grato. Mi ha guardato con la coda dell’occhio e ha continuato a parlare come se non avesse dato peso alla mia reazione, ma il suo atteggiamento era visibilmente cambiato: quella piccola cosa, inapparente, quello scambio durato qualche secondo ha determinato un cambiamento reale in lei così come in me.  Un cambiamento che  al di là della conoscenza, pur fondamentale,  della teoria della Horney  o di qualsiasi altra teoria si basa su un incontro di esseri umani che entrano in contatto, che si capiscono e interagiscono con autenticità. Su questo nasce, a mio parere, la possibilità di un cambiamento e la possibilità di sentire la “Vita Vivente”, per usare un termine di Reich.

Sto imparando la serietà che deriva dall’assunzione di responsabilità e solo dopo si realizza la possibilità di vivere anche con una bella leggerezza.  Sto imparando, per dirla con altre parole, a fidarmi di quello che sento, a lasciare che emerga alla coscienza fino a diventare pensabile. E l’elaborazione dei  miei vissuti mi restituisce una maggiore conoscenza di me stessa e della situazione che in quel momento mi si presenta davanti.

Ricordo le parole del professor Morrone, che approssimativamente cito a memoria: “Non sono horneyano, ma ho preso dalla Horney quello che mi serviva  per lavorare”. Questa scuola non insegna ad essere un horneyano, nel senso di andare in giro con una targa sulla fronte in cui c’è scritto “Horney”, ma a tirare fuori quelle che sono le potenzialità di ognuno di noi di essere terapeuti ad orientamento psicoanalitico.

Credo che tutti noi abbiamo una certa idea di come siamo,  ma in ogni istante, se lo permettiamo,  possiamo sentirci nuovi.

Facendo questo lavoro così straordinario, abbiamo la possibilità di vedere in faccia i nostri limiti e di superarli per recuperare una freschezza e una novità che può stupirci.

Ho imparato che l’incontro terapeutico  è  un’opera d’arte che si crea insieme all’altro.

Queste cose e molte altre le ho imparate frequentando questa scuola.

 

Il protagonista del libro “La chiave a stella” di Primo Levi, Faussone,  è stato un operaio specializzato di una  catena di montaggio. Lascia questo lavoro per realizzare il suo sogno, girare il mondo per contribuire a creare delle opere per lui importanti: montare gru, ponti sospesi, strutture metalliche. Faussone ama il suo lavoro. Riportiamo le sue parole mentre parla di sé:

<<perché sa, se io faccio questo mestiere di girare per tutti i cantieri, le fabbriche e i porti del mondo, non è mica per caso, è perché ho voluto. Tutti i ragazzi si sognano di andare nella giungla  o nei deserti o in Malesia, e me lo sono sognato anch’io; solo che a me i sogni mi piace farli venire veri, se no rimangono come una malattia che uno se la porta appresso per tutta la vita>>

(Levi, 1991, p. 4).

 

Bibliografia

Levi P. (1991) “La chiave a stella”, Einaudi editore, Torino.